Il Restauro

Recupero e valorizzazione di un brano di “architettura insignificante” fiorentina.


L'Accademia Cristofori prima del restauro edilizio.
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Numerose botteghe e laboratori artigiani, frammisti a un'area estesa di unità abitative popolari, ancora costituiscono lo scenario di riferimento privilegiato per una delle realtà urbane maggiormente significative dell'area fiorentina: il quartiere di San Frediano.

Un'immagine sicuramente generica, non aliena del resto da superficialità di analisi, né soprattutto da una certa astoricità che penalizza non poco l'esplicitazione di significative dinamiche produttive e socio-culturali, proprie degli ultimi decenni. Fra le altre, è infatti possibile menzionare i preoccupanti fenomeni di dispersione e involuzione qualitativa del classico artigianato di tradizione, spesso induttivi di pseudoculture 'semplicemente' orientate a deboli imitazioni di oggetti tradizionalmente artistici, gli insediamenti di attività piuttosto tipiche di un vero e proprio indotto industriale (frequentissime, per esempio, sono le operazioni di doratura di semilavorati in cicli produttivi decentrati), o anche l'ormai pluridecennale processo di terziarizzazione, sicuramente meno eclatante che non in altre aree del centro storico, da cui tuttavia non appare apprezzabilmente esente lo stesso quartiere di San Frediano. Non mancano, certo, alcune controtendenze che tentano un recupero, o meglio, un'evoluzione qualificata di forme concettualmente pure di artigianato artistico o semplicemente di ciclo produttivo artigiano: in questo senso, un importante contributo proviene da quella nuova leva di giovani artigiani che, dopo periodi di tirocinio presso alcune botteghe, cimentano le proprie acquisizioni tecnico-professionali in settori tradizionali, tentandone una loro rivitalizzazione (restauro di mobili antichi, arazzi, strumenti musicali, produzione di oggetti in ceramica, metallo, ecc.); a tali categorie appartengono anche i cosiddetti 'liberi artigiani ambulanti', figure di lavoratori precari, secondo alcuni puro retaggio di filosofie 'on the road', che tentano un rapporto socio-produttivo incentrato prevalentemente su creatività e professionalità manuali applicate a materiali poveri (cuoio, legno, metalli non preziosi). Non può tuttavia essere sottaciuto come, anche in questo caso, recenti fenomeni di ulteriori involuzioni, spesso amplificati da gravi episodi di intolleranza estesi all'intero territorio urbano, sembrino frapporsi a possibili sviluppi di tali controtendenze, quasi a smentire ipotesi 'rassicuranti' di residualità che molti avanzavano in anni recenti. "E forse vengono considerati oggi caratteristici, - spesso si affermava - degni di particolare attenzione turistica proprio quegli aspetti di vita e lavoro, quelle abitudini di vivere la strada che un tempo apparvero ai fiorentini una offesa insopportabile al decoro della città, una fonte continua di pericolo per l'ordine pubblico''1. Ulteriori dinamiche riguardano talune mutazioni socio-demografiche. Già nei primi anni ottanta si rawisava una certa "(...) tendenza all'imborghesimento del territorio d'oltrarno, prodotto da fasce a reddito medio e medio alto che hanno intravisto nell'emarginazione del quartiere una nuova periferia residenziale, privilegiata per la vicinanza al centro della città e ai servizi urbani e come tale da occupare e colonizzare. Ma accanto ai nuovi venuti - osservava tuttavia lo stesso autore - esistono ancora isole di residenti radicati, appartenenti a fasce popolari e operaie ai quali da tempo si sono aggiunti nuovi soggetti. Si tratta di studenti, italiani e stranieri, che si sono perfettamente inseriti nel tessuto sociale; in particolare i giovani stranieri (...) non solo trovano in breve tempo le condizioni di un loro adattamento ambientale, ma alternano allo studio (della lingua italiana, della storia dell'arte, ecc.) ore di tirocinio-lavoro svolto presso alcuni artigiani del luogo. I1 loro rifiuto dei meccanismi di disintegrazione consumistica indotti dalla città del turismo viene esemplificato da un processo di acculturazione che integra lo studio allo sviluppo di tecniche di lavoro manuale (...). Esiste poi una sorta di rifiuto ideologico espresso da categorie sociali 'filtrate' e depositate dai movimenti giovanili, delle donne, da gruppi di animatori, presenti nella zona attraverso mostre, dibattiti, convegni. Possiamo considerarli nuovi soggetti che, pur costituendo (...) solo un magma di presenze e di manifestazioni variegate, e pur agendo con ottiche abbastanza divaricanti, rappresentano tuttavia una sorta di 'fronte del rifiuto"'2. Nonostante le mutazioni che pure hanno interessato il quartiere di San Frediano, inoltre, non si può tuttavia non concordare con quanti minimizzano il tendenziale esautoramento di precedenti storie e culture produttive causato da logiche 'moderne' di sviluppo industriale, che spesso hanno invece influenzato notevolmente modif~cazioni e memorie di altri contesti socio-urbani. "L'aspetto più negativo della recente storia industriale si è sempre evidenziato nell'annullamento delle precedenti storie e culture produttive. In San Frediano ciò non è avvenuto. I1 nuovo si è trovato di fronte a forme culturali già compiute, radicate anche se spesso inerti; per questo non è riuscito mai a metterle completamente in discussione"3. Certamente con minori sinergie con realtà circostanti che non in passato, caratterizzato in molti casi da maggiore spregiudicatezza e 'aggressività' imprenditoriale o, all'opposto, da nuove ed estese forme di marginalità, l'artigianato ancora manifesta, in effetti, il suo tradizionale ruolo, quasi in simbiosi con quel quartiere in cui maggiormente si concentra, frantumandosi peraltro con un tessuto residenziale povero ed estremamente diffuso. In questo senso, dunque, può forse apparire meno fuorviante quella genericità di immagine a cui prima si accennava. È semmai da segnalare, invece, la variegata gamma delle possibili opzioni future, legate evidentemente alla disparità di indirizzi, di politiche del territorio e, più in generale, alle influenze concretamente esercitabili dal cosiddetto 'sviluppo post-industriale'. Si consoliderà una vocazione 'artigiana' a un suo legame indissolubile con subculture tipiche di un certo turismo? E in questo caso si tenderà a un ripiegamento definitivo verso una 'manualità di vetrina', una museif~cazione del 'savoir faire' artigiano? Si recupereranno invece quelle controtendenze che, benché debolmente (soprattutto in questi anni), esprimono tuttavia orientamenti a culture, modi di vita, non omologati? Ecc.

L'esperienza documentata si colloca in una delle aree maggiormente sintomatiche della realtà socio-economica di San Frediano: la via di Camaldoli, una strada caratterizzata dalla forte presenza di un tessuto edilizio 'povero', certamente rappresentativo di un contesto sociale ancora ampiamente diffuso, nonostante tutto, all'interno del quartiere. Alcuni cenni storici sull'edificazione di questa zona possono essere brevemente esplicitati a partire dai primi anni del XIV secolo, quando la "(...) presenza della Badia di S. Salvatore di Camaldoli determina la lottizzazione e l'edificazione di un'ampia zona, compresa fra le due direttrici principali di Borgo S. Frediano e via di Camaldoli o del Fiore, per la residenza di piccoli artigiani autonomi, soprattutto di lavoratori subalterni attivi nell'industria tessile (...). L'organizzazione generale dell'area e una prima fase edificatoria si realizzano, partendo dal fronte su via Borgo S. Frediano, fra il 13O9 e il 133O-33 (...). Il periodo di massima edificazione (450 case) si registra invece fra 1425 e 152O. Nell'arco di poco più di un secolo si può verificare il passaggio dell'ordine monastico dal ruolo di proprietario di terreni al ruolo di proprietario di immobili. La lottizzazione promossa dall'ordine camaldolese è basata sulla ricorrenza di un modulo (...) in modo da poter ottenere, dove è possibile, un'area libera ad uso agricolo al centro dell'isolato, che i Camaldolesi conducono direttamente o affidano in affitto. La tipologia edilizia degli alloggi unifamiliari a schiera è costituita all'inizio probabilmente dal solo pianterreno o da un pianterreno e piano superiore quando l'attività viene svolta nell'ambito della stessa residenza. Nella fase più intensa di edificazione (1425-152O) si registrano due vani a pianterreno, uno sul fronte stradale e uno sull'orto interno e una scala che conduce al piano superiore dove-sono sistemate le camere. La lottizzazione è ancora evidente nella struttura fondiaria della zona; malgrado il trauma determinato dall'intervento di Cosimo I per realizzare le fortificazioni oltrarno durante la guerra con Siena (...). Per realizzare queste opere vengono demoliti parte del convento di Camaldoli, la chiesa di S. Piero e un centinaio di case attorno a questi (1544)"4. Sul piano delle modificazioni tipologiche, inoltre, è possibile innanzitutto evidenziare un impianto originario costituito da un"edilizia su percorso matrice' (preesistenza dei percorsi ai fenomeni di edificazione, lotti rettangolari contigui che si attestano lungo i margini, ecc.). Su un tale tessuto si è andata successivamente innestando un'edificazione interstiziale, meglio un"edilizia di intasamento', leggibile in prossimità degli incroci fra strade, e in cui la morfologia dei lotti si adegua a necessità di massimo sfruttamento edificatorio. È da segnalare infine come i processi sequenziali di plurifamiliarizzazione delle unità originariamente unifamiliari awengano con tendenze più o meno marcate alla saturazione delle aree aperte di pertinenza, o anche con accoppiamenti di case a schiera contigue. In questo modo, e per successiva crescita tipologica, trae origine la formazione di un tessuto in cui prevalgono organismi edilizi in linea5.

L'intervento, che qui si descrive nelle sue caratteristiche salienti, ha dunque interessato un manufatto risultante da precedenti manomissioni e accorpamenti di unità edilizie. Si sviluppa, infatti, in parte autonomamente su uno e due livelli e in parte al piano terra di un organismo costruito molto probabilmente in un periodo successivo. Coerentemente con il tessuto edilizio che contraddistingue l'area, inoltre, non si evincono particolari emergenze di carattere storico-architettonico; notevolmente estesa, invece, appare la disorganica sedimentazione di successive alterazioni tecnico-costruttive, che hanno determinato l'occultamento della stessa impostazione tipologica originaria (secondo una prassi peraltro frequente soprattutto in tessuti edilizi minori, ancorché potenzialmente depositari di espressioni storico-culturali del costruito). oltre che a una sua rifunzionalizzazione, pertanto, che tenta peraltro di assecondare alcune fra le più significative controtendenze di carattere socio-produttivo e culturale comunque presenti nel quartiere, l'intervento ha inteso procedere a una conservazione del manufatto, in linea però con le più avanzate teorie di recupero della 'memoria storica', anche in brani della cosiddetta edilizia antica 'insignificante'.

Di epoca incerta, e comunque difficilmente determinabile soprattutto in considerazione delle notevoli manomissioni e superfetazioni a cui è stato sottoposto, ultimamente l'edificio risultava adibito a deposito di materiali ferrosi di risulta. Lo stato di conservazione presentava caratteri di notevole degrado tecnologico (strutture, impianti, infissi, ecc.), pur se un'ampia quota di superficie calpestabile risultava ancora pavimentata con lastre squadrate di pietra serena, che sono state oggetto di un'attenta operazione di recupero. L'impianto tipologico è stato interamente riutilizzato, senza alcuna manomissione.

L'intervento pertanto, che ha interessato poco più di un anno (1989-9O), ha teso a un riutilizzo della struttura a fini culturali ed educativi, mediante operazioni tecnico-costruttive impostate secondo le metodologie del restauro filologico. Le motivazioni fondamentali inerenti alla destinazione d'uso prescelta risiedono soprattutto in esigenze di dotabilità di servizi culturali di immediata percezione operativa, in un'area che, sebbene risulti ancora contraddistinta da un'ampia diffusione di attività classiche dell'artigianato fiorentino, manifesta tuttavia sensibili carenze in termini di qualificazione dei servizi, soprattutto culturali e più prettamente legati ai tipici mestieri di una microeconomia artigiana (doratori, corniciai, orafi, ecc.). Allo stesso tempo, si è inteso contribuire a una riqualificazione e a una valorizzazione della zona, optando per un'operazione culturale potenzialmente foriera di una maggiore integrazione con i circuiti culturali diffusi nella città, e decisamente connotata da una volontà di rilancio di un artigianato di qualità. La destinazione d'uso ipotizzata, e attualmente già a regime, prevede infatti una serie di attività, idealmente sequenziali, fondate su un tentativo di rivitalizzazione di funzioni legate a una particolare tipologia di strumentazione musicale, antesignana del moderno pianoforte: il 'fortepiano', uno strumento di origine italiana databile intorno al 17OO (o addirittura già alla fine del XVI secolo, secondo alcuni)ó, grazie all'impegno di un artigiano padovano, Bartolomeo Cristofori, a cui è intitolata l'accademia che attualmente ha sede nei locali restaurati. Costruito interamente in legno, il fortepiano ha una sonorità diversa dal pianoforte; è caratterizzato infatti da un suono molto più tenue rispetto a quello del suo erede, adatto pertanto ad ambienti di ascolto piuttosto contenuti, e dimensionalmente compatibili con la sala dell'accademia che spesso ospita concerti eseguiti con questi strumenti. Più in dettaglio, si è inteso operare prevedendo una dislocazione di funzioni in altrettanti ambienti a fruizione specialistica; in questo modo: - un intero settore dell'organismo risulta adibito a laboratori destinati al restauro di questi antichi strumenti musicali; - una seconda zona, attigua ai laboratori, è organizzata in una serie di spazi espositivi; - un unico ambiente, opportunamente autonomo, ubicato al secondo livello e attiguo a un ufficio di segreteria, è destinato a biblioteca specializzata; - una sala di circa 12O mq infine, con una capienza pari a circa 1OO posti a sedere, funge da struttura polivalente (per concerti, registrazioni, mostre periodiche, ecc.).

L'intervento, dunque, ha interessato un'attenta rifunzionalizzazione dell'impianto tipologico e l'insieme delle diverse soluzioni tecnologiche, senza tuttavia apportarvi alcuna manomissione che ne potesse compromettere l'interpretazione filologica circa il processo sequenziale delle varie trasformazioni che si sono succedute nel corso dei secoli. Allo stesso modo, la leggibilità delle attuali modificazioni risulta garantita grazie a modalità operative, uso di materiali, prodotti, ecc., decisamente 'contemporanei', dichiaratamente 'contestualizzati' e (soprattutto per elementi e soluzioni di finitura) semplicemente 'accostati' a fattori preesistenti di 'memoria': è il caso, per esempio, degli apparecchi di illuminazione degli ambienti, della scala interna di accesso al livello superiore, degli stessi elementi di arredo, ecc. L'uso di elementi tipici della tradizione costruttiva fiorentina poi, in particolare l'ampia quota di pavimentazione realizzata in cotto, ha evitato qualunque enfatizzazione potenzialmente foriera di rischiosi esiti di tipo vernacolare.

La particolare destinazione d'uso di questo vecchio opificio, inoltre, non ha assolutamente condizionato le scelte architettoniche fondamentali legate al suo recupero. Benché tale manuLatto edilizio palesasse una pesante compromissione anche in termini di agevole lettura del suo impianto originario (e, anche per questo, stilisticamente classificabile come 'memoria insignificante' secondo i canoni di una classica concezione accademica, ancorché datata, di restauro delle architetture storiche), e nonostante l'indubitabile pregnanza culturale delle funzioni da ospitare avrebbe forse stimolato in altri operatori un atteggiamento maggiormente pragmatico (e dunque una sua ulteriore mutazione tipologica), l'intervento invece, dopo una verifica di compatibilità con le funzioni ivi previste, ha inteso garantire la salvaguardia di quei brani ancora leggibili di preesistenza. Né la particolare enfasi al recupero filologico del manuLatto, la cui emergenza si esaurisce unicamente in connotazioni significativamente correnti di edilizia 'minore' (o appunto 'insignificante'), ha prodotto penalizzazioni di sorta alle attività che accoglie: in questo senso, ha potuto attuarsi il superamento della tradizionale dicotomia forma-contenuto, fortemente ricorrente soprattutto negli interventi di recupero edilizio.

Il consolidamento strutturale è stato effettuato mediante consistenti operazioni di risanamento delle fondazioni, che in alcune zone hanno comportato, fra l'altro, la necessità di realizzare un apposito manufatto di collegamento con le murature portanti (in pietrame e laterizio); eseguito lungo il perimetro della sala polivalente è anche utilizzabile come soluzione integrativa di seduta. Altri interventi hanno interessato l'inserimento di colonne di rinforzo in cemento armato in alcuni punti dell'apparecchiatura muraria, e il rifacimento delle coperture e dei solai. Questi ultimi sono stati realizzati in opera con travetti di cemento armato e blocchi collaboranti in laterizio; nella parte di manufatto ubicata a piano terra di un organismo contiguo, la realizzazione del nuovo solaio è awenuta senza demolire la struttura orizzontale preesistente, su cui insiste un appartamento occupato del piano superiore: è stato dunque necessario procedere a una diffficile messa in opera di un nuovo solaio in travi d'acciaio e lamiera grecata che supportasse quello ormai deteriorato. L'impianto di smaltimento delle acque meteoriche, a causa di problemi connessi a diritti di proprietà di terzi, servitù inesistenti, ecc., è stato risolto mediante gronde esterne di convogliamento, collegate a pluviali interni che corrono verticalmente lungo le murature della sala polivalente, e risultano opportunamente ingabbiati in elementi scatolari verticali in metallo verniciato. oltre che per scelte orientate a rendere immediatamente visualizzabili tecniche tradizionali di realizzazione delle apparecchiature murarie nell'edilizia minore fiorentina, si è proceduto a una completa stonacatura delle pareti che corrono lungo il perimetro interno della sala, anche per garantire condizioni acustiche ottimali durante le manifestazioni concertistiche. Una particolare cura inoltre è stata dedicata alla realizzazione dei controsoff~tti, in canniccio (una classica 'tecnologia povera' della tradizione fiorentina, ottimizzata mediante trattamento con vernici ignifughe), lasciati a vista, e nel cui estradosso trova alloggiamento gran parte delle reti impiantistiche. I1 particolare effetto di trasparenza, opportunatamente occultato per impedire la vista dal basso di cavi e dispositivi di impianti, viene invece valorizzato dalla presenza di corpi illuminanti al neon che, non visti, illuminano dall'alto la sala polivalente: quest'ultima risulta così sovrastata da un controsofffitto costituito dall'intradosso di due falde continne, quasi un grosso corpo illuminante che, all'occorenza, la percorre senza soluzione di continuità.

Su espressa indicazione della committenza, è stata evitata l'installazione di un impianto di condizionamento dell'aria che, in effetti, avrebbe causato alcune diffficoltà per le funzioni espositive e per la conservazione degli strumenti. Si è ritenuto invece più utile optare per un impianto di riscaldamento autonomo a radiatori. Soprattutto nella sala polivalente, in cui si concentra la gran parte di reti e dotazioni impiantistiche, inoltre, è stata dedicata una particolare attenzione all'ispezionabilità di queste ultime, coerentemente con i più recenti indirizzi di facilitazione manutentiva.

L'immagine complessiva dell'intervento, infine, tende a far percepire il carattere di 'forte' semplicità del contenitore, assolutamente non enfatizzato da pesanti valenze compositive: una scelta classica, dunque, di leggibilità delle stratificazioni e, insieme, di opportuna valorizzazione delle complesse funzioni che, invece, il manufatto ospita: laboratori di restauro dei fortepiani, spazi espositivi, spazi di documentazione scientifica, sala polivalente per dibattiti, mostre, concerti, ecc.

Themistocle Antoniadis

1) F. Braccianti, G. De Masi, San Frediano. Un risanamento
mancato, in 'La nuova città', n. 1, 1983.
2) M. De Marco, Immagini e umori di un laboratorio
urbano, in 'La nuova città', n. 1, 1983.
3) M. De Marco, op. cit.
4) G. Fanelli, Firenze, Laterza, Bari 198O.
S) Cfr. G. Caniggia, G.L. Maffei, Composizione
architettonica e tipologia edilizia, Marsilio, Venezia 1979,
e C. Chiappi, G. Villa, Tipo - progetto - composizione
architettonica, Uniedit, Firenze 1979.
6) AA.W., Grove's dictionary of music and musicians,
H.C. Colles, London 194O.


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